Resoconto incontro del 12/03/2014 organizzato da Attac sulla crisi.

Ri-MAFLOW[1]Gran bell’incontro, spero di aver scritto cose fedeli pertanto non “fatevi viaggi” se trovate degli strafalcioni e chiedete che vediamo se riusciamo a spiegare meglio il concetto cercando di interpretare cosa i relatori hanno espresso 🙂

Incontro parte alle 21:00 circa con più di 30 intervenuti come pubblico.

 Attac Forlì

Movimento extraparlamentare che persegue l’autoeducazione e l’azione pratica per combattere le politiche neoliberiste che stanno dissanguando il paese. È Nata nel 2001 durante il forum di Genova. E’ sensibilmente impegnata contro il TTIP ed ora realizza qualche evento per far conoscere il proprio operato.

 

Marco Bersani:

Meglio parlare di crisi sistemica rispetto a parlare di sola “crisi” Perché crisi da solo pare una cosa temporanea che fa pensare sempre a una ripresina imminente. Purtroppo la crisi è del sistema coinvolgendo la crisi economica, democratica, ambientale, ecc.

Le risposte alla crisi sistemica si possono dare anche rimettendo in discussione il “modello”. La crisi bancaria e finanziaria è stata trasferita sullo Stato per, infine, trasferirla ai cittadini.

Le azioni del governo erano di ridurre il debito pubblico (dal 114% rapporto tra debito/PIL all’arrivo del governo Monti si è passati al 139% attuale). Privatizzare le Poste per come è stato inteso significherà portarsi a casa circa 4 mldi riducendo da 2068 mldi il debito pubblico a 2064 mldi. Una goccia che difficilmente cambierà qualcosa … e che fa pensare su quali siano le reali intenzioni di questa “vendita” … che vedrà conseguentemente ridursi gli introiti dati dagli utili delle Poste stesse.

40 anni fa grazie all’innovazione tecnologica si pensava di trasformare il Pianeta in un grande mercato superando “l’economia nazionale”, ora quello che si intravede (nemmeno troppo velatamente) è il tentativo di eliminare i vincoli sociali ed ambientali per lasciare veramente “libero” il mercato con l’apparente promessa che la ricchezza sarà tanta per tutti. Alla fine degli anni ’80 c’è stato un enpasse strategico in quanto la disuguaglianza sociale è aumentata notevolmente; una parte del pianeta era talmente impoverita da non poter nemmeno auto sostentarsi, l’altra parte del pianeta invece è stratificatamente ricca. Proprio in quegli anni si è spalancata la porta alla finanza che ha posticipato di altri 20 anni la crisi. Il commercio mondiale di beni fra stati è 20.000 mldi di dollari all’anno, la stessa cifra si “scambia” nei mercati finanziari in circa 20 giorni. La finanza controllata passa per le Borse ed è esattamente valutabile; la “finanza ombra” invece è pari a 12 volte il PIL di tutto il pianeta. Questa enorme massa di denaro ha bisogno di avere dei mercati su cui investire ma oramai non si riesce più a vendere nulla a chi ha già praticamente di tutto e nemmeno a chi non ha soldi per comprare …. Inevitabilmente quindi, a questo punto, si tenta di vendere la salute, l’istruzione, l’acqua previo depreda mento dei diritti che faticosamente ci si è costruiti e che abbiamo. Il referendum sull’acqua ha inceppato il meccanismo e così si è passati dal “privato è bello” al “privato è obbligatorio ed ineluttabile” e per farci mandare giù questo “boccone amaro” il sistema ci ha portato a ragionare  sempre in condizioni di emergenza, di debito pubblico fuori controllo, di crisi epocale, ecc., costruendo quel telaio con cui si riesce a far passare ed accettare le privatizzazioni, le deregolamentazioni dei contratti, la privatizzazione della sanità, ecc.

Nonostante 8 anni di politiche liberiste si sta rilanciando con TTIP (parternariato transatlantico sul commercio e gli investimenti) che serve per fare in modo che le imprese degli Usa e dell’Europa abbiano la più grande libertà di investimento e commercio; oramai le barriere tariffarie sono già state ridotte per cui occorre agire sulle barriere non tariffarie (diritti del lavoro, contratti di lavoro, barriere ambientali, ecc.). Se questo trattato passerà e diventerà vigente le multinazionali potrebbero anche chiamare in causa l’amministrazione pubblica che nuoce all’azienda di fronte ad un tribunale sulla cui composizione il pubblico potrà dire ben poco.

Sarebbe quindi il caso di iniziare a mettere in discussione le risorse del paese riappropriandoci di cose che abbiamo lasciato “andare per la loro strada” (democrazia, lavoro … FUTURO, ecc.). 

 

Gigi Malabarba:

E’ contento di essere passato dalla Electrolux ed aver trovato lavoratori che “resistono”. La sua realtà parte dalla Maflow che era una multinazionale che produceva condizionatori d’auto soprattutto per BMW. Non aveva crisi di mercato e le lavorazioni giravano su 3 turni faticando a stare dietro alla domanda. La proprietà della fabbrica è poi passata ad un fondo che ha scaricato parte dei debiti sulla produzione che con lo scoppio della bolla finanziaria  ha fatto liquidare la produzione con i relativi 330 lavoratori. Si è partiti con la resistenza, l’occupazione mentre i macchinari sono stati portati in Polonia e i lavorato si sono “dispersi”. Una parte di lavoratori non trovava altre alternative (40-45 anni). Metà fabbrica era femminile quindi le prospettive erano o lavoro nero o badanti … dei 330 dipendenti poco più di 30 persone hanno trovato un lavoro. Chi rimaneva ha deciso di ispirarsi all’esperienza Argentina andando a “prendersi” la fabbrica. Se si occupava a Natale 2012  le liquidazioni dei pochi lavoratori rimasti si sarebbe volatilizzata per un accordo sottoscritto dal Sindacato e così hanno dovuto assistere ai macchinari che venivano caricati e se ne andavano. Proprio per aver svuotato la fabbrica non si poteva pensare di continuare con la precedente attività di “automatica” ma ci si doveva riclassificare. Si sono pertanto appropriati del capitale fisso (area ed edifici) che erano stati nel frattempo ulteriormente cannibalizzati (portato via infissi, rame, ecc.).

Un gruppo di lavoratori ha ripristinato un capannone (tutta era 30.000mq), si è pensato ad  una cooperativa ma la cosa era dura. La fabbrica nel frattempo è stata acquistata all’asta con l’utilizzo di una legge di Prodi sulle fabbriche in difficoltà che dava dei benefici per il rilancio acquistando per pochi soldi il tutto e mantenendo un minimo vitale di lavoratori (scelti chirurgicamente tra i non iscritti al Sindacato e mancanti addirittura di alcun tecnico) fino a che ci si era ridotti a passare il tempo giocando a calcio. Proprio per questo si è deciso che la fabbrica era dei lavoratori e gli stessi l’hanno occupata per salvaguardare il territorio e non lasciare l’ennesimo ecomostro abbandonato a se stesso cercando di portare dalla propria parte e creando buona impressione sul quartiere e sull’opinione pubblica. Si sono reinventati l’attività di recupero delle apparecchiature elettroniche per riuscire a dare un’ulteriore mano all’ambiente senza mandare tutti questi rifiuti in altri paesi lontani. La Lega cooperative voleva che i lavoratori ci mettessero i loro soldi ma gli stessi hanno deciso di metterci solo la manodopera; a fine 2014 finiranno gli ammortizzatori sociali. Per prepararsi a questo è stata costituita una cooperativa creando parallelamente un’associazione che consentirà il decollo dell’attività della cooperativa in modo che quando finiranno gli ammortizzatori sociali si potranno giuridicamente inserire i lavoratori stessi nella cooperativa. Un immobile in questo contesto di crisi non ha un valore pari alla rendita fondiaria, se non si riesce a vendere il valore è ZERO, e proprio su questo hanno basato la loro occupazione e, al di la delle denunce per l’occupazione, non c’è stata nemmeno una richiesta di sgombero e con più le attività che si insediano all’interno dei capannoni aumentano sempre più difficile sarà mandarli via. Oramai anche il Comune chiede aiuto a questa associazione per taluni aspetti. Hanno scelto l’autogestione che prevede un’assemblea ogni martedì che decide insieme le attività della settimana a parità di tutti i soci e di tutti i lavoratori, dopo l’iniziale fase ora si inizia anche a gettare uno sguardo sul lungo periodo.

Attualmente ci lavorano 20 lavoratori della ex Maflow a cui si sono uniti una altro centinaio di disoccupati e si è partiti con un mercato dell’usato in cui ognuno portava le sue cose da vendere ed ora 4000 mq di questa attività sono diventati una realtà quotidiana. Poi sono arrivato i produttori che avevano bisogno di una piattaforma logistica per i GAS ed ora sta assumendo dimensioni importanti e sta allargandosi anche ad altri territori in difficoltà (Rosarno è un esempio) ed infatti una parte di produttori sani di Rosarno ha definito rapporti contrattuali regolari di lavoro creando SOS Rosarno (ed assumendo regolamrnete i lavoratori famosi che erano insorti qualche anno fa per le precarie condizioni in cui versavano…), si è certificata da agricoltura biologica ed ora la logistica di questi produttori passa per questa fabbrica (mandano su i loro prodotti venduuti tramite il circuito del GAS direttamente ai consumatori. Nemmeno un colosso come una grossa catena cooperativa che ha punti vendita ovunque da noi riesce a competere con questa organizzazione garantendo ai lavoratori dei suoi fornitori delle condizioni contrattuali che restano parecchio inferiori rispetto alle condizioni contrattuali della piattaforma SOS Rosarno.

Expo 2015 ha come titolo “Nutrire il pianeta” e siccome si stanno costruendo nuovi alberghi, strade, capannoni che poi verranno puntualmente con buona probabilità abbandonati e lasciati vuoti ed min cui confluiranno sia i vari comitati per l’agricoltura contadina messi insieme a Monsanto e ad altre multinazionali. Lo smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici hanno una legislazione dura e rigorosa e per questo per ora si sta solo facendo solo recupero e riutilizzo ma preparandosi alla legalizzazione di queste attività magari con una regolarizzazione con comodato del titolo di occupazione dei  fabbricati.

Non si vede questa modalità come un’isola felice bensì una forma di resistenza e di azione congiunta e solidale. Si vede come un granello che deve restare in collegamento con tutte le altre realtà per riuscire, magari in occasione di una prossima fabbrica che chiude per la crisi, magari ad essere di stimolo affinché negli accordi sindacali possa mettersi in discussione il fatto di lasciare i macchinari in fabbrica e non portarseli via.

C’è poi il problema del credito che sarebbe da approfondire per avere delle banche o delle possibilità di finanziamento e Gigi cita ad esempio Cassa Depositi e Prestiti che sarebbe molto utile a questo scopo.

Iniziano le fasi delle domande in cui Gigi spiega: Anche se fossero riusciti a mantenere i macchinari sarebbe stato alquanto complesso mantenere l’attività precedente e così comunque si pensava ad una riconversione ecologica. Il Sindacato dovrebbe cercare di analizzare, nei rapporti con le aziende in crisi, la possibile via di uscita dell’autogestione della fabbrica da parte dei lavoratori.

La tassa sui rifiuti e le tasse sul capannone restano del proprietario. Si punta ad avere un comodato d’uso per poter avviare la raccolta dei rifiuti elettronici. Il GAS sostanzialmente si appoggia come piattaforma logistica e il cliente paga con un ricarico del 10-15% sul costo del prodotto.

Ora si stanno approcciando rapporti con l’Università (che comunque è stata più volte invitata ad occuparsi e ad aiutarli…) per riuscire a fare qualche piano anche grazie all’aiuto di persone con ampio ventaglio di conoscenze.

Spiega l’esempio dell’Elefant (fabbrica del The Lipton) di Francia che ha acquistato da Unilever i macchinari anche molto sofisticati per 1 € grazie anche e soprattutto al Distretto (la Provincia) che ci ha investito del suo per raggiungere l’accordo che se dopo due anni si riesce a mantenere la fabbrica facendola funzionare allora se la tengono gli occupanti e Unilever niente potrà recriminare altrimenti si re-impossesserà di tutto la Unilever.

La ricostruzione della socialità è l’unica arma che può farci superare questo momento di difficoltà, dobbiamo ricostruire noi questa socialità e smettere di ragionare personalisticamente ed individualmente cercando di ragionare come gruppi e come comunità!

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